Santa Sofia, Patrimonio UNESCO
La Chiesa di S. Sofia, voluta dal Principe longobardo di Benevento Arechi II nell’VIII Sec., è stata eletta il 25 giugno 2011 dall’Unesco Patrimonio dell’Umanità (affiancandosi così, per la parte ricadente nel Sannio, all’Acquedotto Carolino del Vanvitelli già da tempo nella World Heritage List).
La Chiesa di Santa Sofia è parte integrante del sito seriale “I Longobardi in Italia. I luoghi del potere (568-774 d.C.)”, insieme dunque ad altre insigni testimonianze in altre zone del Paese risalenti all’epoca longobarda. Per l’Italia il sito seriale “I Longobardi in Italia” è il 46° sito iscritto nella celebre Lista.
Con i Longobardi il Ducato di Benevento – comunemente chiamato “Longobardia Minor”, per distinguerla dalla “Longobardia Maior” con capitale Pavia – visse una progressiva ripresa socio-economica, conquistando infine la sua conformazione più salda e sicura come Principato dal 774 al 1077. Il principe Arechi II, che assunse il significativo titolo di “Samnitium Dux”, fece completare nel 762 la chiesa di S. Sofia, una delle più ardite e fantasiose costruzioni dell’Alto Medioevo, oggi riportata alla sua forma originaria. Attiguo alla chiesa è il Chiostro, non quello originario, ma quello ricostruito nella metà del 1100 con caratteri spiccatamente romanici ed influenze arabe. Si sviluppa su una pianta quasi quadrata con sedici pilastri tra i quali si aprono quindici quadrifore ed una trifora sormontate da archi a sesto ribassato poggianti su mensole.
La Chiesa che Arechi II, duca prima e principe poi della Longobardia, ordinò di costruire nell’VIII secolo fu intitolata (in greco) ad “Agian Sophian” e cioè non ad una santa, una donna che, per particolari virtù, fu canonizzata, ma alla Sacra (o Divina) Sapienza. Era un omaggio, dunque, alla più alta forma di conoscenza, a quella che, superando tutti i limiti dell’esperienza sensibile, coglie la perfezione e l’universalità dell’essere, cioè Dio stesso. A quanto pare, l’idea venne a Paolo Diacono, eminenza grigia di Arechi, per un evidente intento politico: un omaggio alla Chiesa Giustinianea di Costantinopoli, con la quale, evidentemente, il principe voleva intrattenere i migliori rapporti.
La Chiesa presenta ancora tracce di antichi affreschi e presenta una pianta molto originale
Annessa alla Chiesa e al Chiostro è il Museo del Sannio, fondato nel 1873 dalla provincia che contiene buona parte dei tesori ritrovati nel Sannio.
Il cenobio della Chiesa di Santa Sofia, con il suo suggestivo Chiostro, oggi sede del Museo del Sannio, fu un centro di produzione culturale: qui ad esempio fu scritto il Chronicon Sanctae Sophiae (cod. Vat. Lat. 4939), un preziosissimo diario medievale. Altri monumenti longobardi sono sparsi nel resto del Sannio.
Approfondimento - Storia di un capolavoro a cura del prof. Marcello Rotili
Il riconoscimento dell’UNESCO nei confronti di Santa Sofia mette il sigillo ad un percorso cominciato per Benevento quattro anni fa, nel giugno del 2007, quando il Ministero per i Beni e le Attività Culturali decise di inserire la chiesa fondata da Arechi II nel 758 d. C. nella candidatura seriale comprendente le maggiori testimonianze della cultura longobarda in Italia. Alla candidatura, partita da Cividale del Friuli, si stava lavorando già da qualche anno e avrebbe dovuto essere presentata ufficialmente nel gennaio 2008. Il Ministero stabilì però di estendere i confini della “rete” longobarda oltre la Langobardia Maior comprendente l’Italia settentrionale e la Tuscia, includendo anche i ducati di Spoleto e di Benevento rappresentati rispettivamente da Spoleto e Campello sul Clitunno e da Benevento e Monte Sant’Angelo, siti molto rappresentativi, ciascuno dei quali caratterizzato dalla presenza di elementi artistico-monumentali “unici ed eccezionali”. Il primo nome della candidatura presentata all’UNESCO di Parigi è stato “Italia Langobardorum – Centri di potere e di culto (568-774 d.C.)”. Nell’estate del 2008 i “nodi” della “rete” longobarda sono stati visitati da un esperto nominato dall’ICOMOS, ente ispettivo dell’UNESCO. Un secondo esperto ha analizzato i documenti prodotti. Nell’autunno 2008 l’ICOMOS ha richiesto un complemento di istruttoria che, elaborato dalla “rete”, è stato inviato dal Ministero per i Beni Culturali nel febbraio 2009. In seguito alla richiesta di integrare la documentazione prodotta, formulata subito dopo dall’ICOMOS che ha tuttavia apprezzato l’originalità e il valore della candidatura “longobarda”, il gruppo di lavoro incaricato ha aggiornato il dossier nell’estate-autunno 2009 sicché la nuova presentazione ufficiale della candidatura seriale all’UNESCO è avvenuta il 18 gennaio 2010. Il nuovo titolo “I Longobardi in Italia. I luoghi del potere (568-774 d.C.)” è stato scelto per sottolineare l’apporto dato dalla gens Langobardorum e dalla loro cultura, intrisa di valori e tradizioni proprie dell’Europa settentrionale e centro-orientale, ma pronta ad accogliere lingua, costumi e religione dal mondo romano-mediterraneo che nel VI secolo era ormai cristianizzato. Nella candidatura 2010 è stato mantenuto il termine cronologico ultimo del 774, data della conquista del Regno longobardo (la Langobardia Maior) e del ducato di Spoleto da parte di Carlo Magno che sconfisse il re Desiderio. Il ducato di Benevento, la cui vicenda politica si sarebbe conclusa nell’XI secolo con la conquista del Mezzogiorno da parte dei Normanni, rimase l’unico ‘stato’ longobardo in Italia, meta di tanti profughi politici in fuga dai territori sottomessi dai Franchi di re Carlo. Si è tuttavia ritenuto di non estendere l’arco cronologico della candidatura oltre la data del 774 perché le vicende successive non avrebbero giustificato tale scelta: nel Mezzogiorno longobardo dopo la morte di Arechi II (787) ebbe inizio un periodo di grandi difficoltà che, dopo la grave crisi del IX secolo, portò alla graduale dissoluzione dello stato. Santa Sofia, inserita nel complesso monumentale che, intorno al bellissimo chiostro romanico della metà del XII secolo circa, ospita il Museo del Sannio, è edificio straordinario per l’originalità delle forme architettoniche e per l’alta qualità degli affreschi, purtroppo frammentari, che l’ornano. È inoltre altamente rappresentativa della politica di Arechi II che, subito dopo la sua elezione (758), per accrescere la coesione politica dei sudditi con il loro sovrano, volle un edificio che fosse al tempo stesso tempio nazionale e santuario della gens Langobardorum. Significativamente la chiesa fu dedicata alla Santa Sapienza di Cristo, a somiglianza della Santa Sofia (Haghia Sophia) che l’imperatore Giustiniano aveva costruito a Costantinopoli nel VI secolo. Completato nel maggio del 760, quando furono traslate nell’abside maggiore le reliquie dei Ss. Dodici fratelli martiri, recuperate in varie città italiane, il tempio accolse nel 768 le reliquie di S. Mercurio e poi quelle di trentuno santi martiri e confessori. Arechi II volle inoltre che alla chiesa fosse annesso un cenobio femminile, affidato alla sorella, la badessa Gariperga, di cui rimane testimonianza nel chiostro: l’abbazia benedettina sarebbe presto divenuta una delle più potenti dell’Italia meridionale, nota nel mondo anche per lo scriptorium in cui furono prodotti codici e documenti in scrittura beneventana.
LA RETE ITALIANA DEI SITI LONGOBARDI